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RICORDO DI SILVANO FEDI - di Emiliano Panconesi
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Il liceo
intitolato al nome del cardinale Nicolò Forteguerri, è al centro
dell'establishment borghese giovanile di una "città del silenzio",
Pistoia, e non presenta alcuna caratteristica che lasci prevedere la nascita
di questo strano frutto. Propaganda e retorica permeano il pensiero e le parole
di studenti e insegnanti: questi ultimi, in maggioranza esaltano e invitano a
esaltare i successi del regime fascista. Alcuni accettano rassegnati, altri si
limitano con prudenza a ironizzare sottovoce.
Un professore
di storia e filosofia approfitta di qualche lezione di economia politica per
parlarci commosso della libertà come di un dono irrinunciabile: viene avvisato
di fare attenzione. C'è uno studente in classe che fa la spia alla locale
federazione dei fasci. Gli studenti sono in buona parte pigramente adattati
mentre alcuni sono attivamente "giovani fascisti". è in questo clima
che il gruppetto diventa antifascista.
Ciò avviene
sulla base di qualche lettura ma soprattutto per una spontanea riflessione filosofica
e politica sulla ingiustizia della dittatura, sulla mancanza di libertà di
parola, sulla propaganda verso la guerra, verso il vitalismo eroico , sul
ridicolo della mascherata patriottica, sull'isolamento culturale dell'Italia
del resto del mondo.
Il
ragionamento base di questo gruppo, che ha in prima linea Silvano Fedi, è di
tipo illuminista. Lungi da proporre di sostituire semplicemente con un'altra
dottrina applicata e operante nel mondo la cosiddetta "dottrina
fascista", si riesamina con logica serrata e appassionata le conseguenze
di alcuni postulati essenziale quali la libertà dell'uomo la sua parità di
diritti, l'odio verso la guerra, la violenza, la sopraffazione in genere,
l'ingiustizia profonda delle differenze sociali.
Conseguenza
di questa analisi che potremmo dire "scientifica" e che, fra
meditazioni e dibattiti, supera le dottrine note e presupposte è il desiderio e
l'impegno che questi "ragazzi" assumono di voler spazzare via tutti i
pregiudizi e le ideologie per ricostituire pragmaticamente su una tabula rasa
ideologica, alcune fondamentali prospettive indicando alcune irrinunciabili
esigenze.
Questi
giovani non creano ovviamente una nuova teoria politica ma arrivano coi loro
mezzi di pensiero e per la loro strada, volendo fermamente insieme la giustizia
e la libertà, a teorie libertarie anche se questa definizione è
all'inizio solo intravista.
Silvano, pur
giovanissimo, è fra i più attivi e spinge al proselitismo: si tratta di
convincere, si tratta di cercare altri che pensano alle stesse cose, che odiano
la dittatura, che vogliono cambiare le cose. Con cautela ma con coraggio si
avvicinano coloro che da qualche minimo segno (una battuta ironica a scuola)
fanno capire o presumere una loro posizione critica di fronte al regime. Silvano
spinge alla propaganda, che avviene in condizioni difficili guardandosi dagli
agenti provocatori e dalle spie presenti in qualunque ambiente: basta poco per
essere denunciati ai fascisti e alle conniventi forze di polizia.
Si fanno
riunioni segrete, vive di appassionati discussioni, si passano libri
"proibiti", si preparano manifestini, anche una radiotrasmittente sta
per essere attrezzata. I proseliti sono rari, si interpellano vecchi
antifascisti, si contattano alcuni operai, alcuni intellettuali, si cerca di
infondere una speranza in una situazione che la maggioranza, anche dei vecchi
antifascisti, giudica almeno per il momento immutabile. il rischio è grande: in
una palude increspata da un'onda di dissenso, il fremito è presto segnalato.
E non mancano
le spie: alcuni giovani contattati perché dimostratisi "disponibili"
, che avevano dichiarato la loro volontà di lottare contro il fascismo, che
avevano partecipato a occasioni comuni di vita (con le relative discussioni dei
diciottenni!) denunciano il "complotto" alla polizia. Le dittature
sono un ottimo terreno di coltura per individui di tipo.
Silvano e un
altro giovane (Giovanni La Loggia), il 12 ottobre 1939, vengono arrestati per
ordine di un ispettore generale di Pubblica Sicurezza che denuncia, nel suo
rapporto al capo della polizia a Roma, "l'esistenza in Pistoia di un
gruppo di studenti delle scuole medie superiore e Università i quali svolgevano
segreta attività di propaganda per trovare proseliti alle loro idee sulla
necessità di un internazionalismo politico e di una modifica del regime per
poter giungere alla libertà di opinione e di pensieri di cui il fascismo
secondo essi ha privato il popolo italiano..." Le dichiarazioni di Silvano
ci giungono dagli stessi archivi della questura "ho parlato di morale, di
religione, di politica e dell'attuale sistema in cui si trova il popolo
italiano in Regime Fascista, privo di libertà". E ancora: "abbiamo
pensato che era necessaria una trasformazione in senso liberale, nel senso cioè
che al popolo italiano è necessario dare una coscienza politica che non ha mai
avuto e restituirgli la libertà di pensiero e di discussione. Per arrivare a
tale trasformazione era necessario che le persone più intelligenti educassero
il popolo italiano attraverso una propaganda efficace fino a raggiungere quella
trasformazione stessa pacificamente e senza violenza..." Da notare che la
spia principale, studente e coetaneo, viene chiamato nei verbali
"fiduciario di questo ufficio" e si sottolinea da parte degli
arrestati la sua parte di agente provocatore allorché in quelle
"segrete" conversazioni era lui a sollecitare una azione violenta!
Del gruppo
di giovani antifascisti (una decina in tutto) quattro vengono arrestati e
inviati al Tribunale Speciale che, per l'abilità di un avvocato fascista,
capace di convincere i giudici che si tratta di una "ragazzata", li
condanna a un solo anno di carcere. Il liceo, l'ambiente pistoiese è scosso
dall'episodi. Alcuni di noi sono spinti a riflettere, altri a criticare l'operato
dei compagni arrestati. Silvano ritorna dal carcere più pallido e più deciso.
Ricomincia
immediatamente la cospirazione politica. Una sera nel corso della città vicino
al teatro Manzoni mentre cammina da solo viene aggredito e percosso da
tre-quattro giovani, fra i quali riconoscere due delle spie. Riesce a
difendersi alla meglio a piazzare qualche pugno. Finalmente dopo averlo ben
pestato, fuggono. Gli stessi andranno in questura a denunciarlo come
provocatore: i poliziotti lo arrestano per qualche ora, poi lo rilasciano
invitandolo a un migliore comportamento. Piccoli episodi di intolleranza
provinciale, che possono far capire un ambiente, un'epoca; e che ci convincono
sempre di più a lottare per un cambiamento.

Silvano
esercita in quel periodo un grande ascendete su di noi: è maturato in fretta ed
è la più forte personalità del gruppo: è estroso, spesso paradossale, fuori del
convenzionale, pieno di immaginazione. Nello stesso tempo pieno di vita,
brillante, "gaudente" (come lo chiamerà Sergio Bardelli in un suo
bellissimo racconto, La lunga estate). Indimenticabile il suo modo di parlare
fra indolente e provocatorio. Indimenticabile la sua libertà di giudizio nel
respingere i luoghi comuni, nel criticare con acume gli aspetti negativi di
alcune ideologie (cattolica, liberale, comunista) o nel riferire di un libro o di
un articolo.
Lettore
accanito, discuteva con noi di quei libri "clandestini" che ci
passavamo: Il tallone di ferro di Jack London, Le menzogne convenzionali della
nostra civiltà di Max Nordau e naturalmente Tolstoi, Mazzini, Kant, Marx, Bakunin,
Kropotkin. Lui (e noi con lui) ripartiamo da zero: con la bussola della ragione
ci liberiamo di tanta cultura scolastica convenzionale e riusciamo a precisare a
noi stessi cosa dovrebbe essere la cosa pubblica. Giustizia sociale e libertà
politica non dovranno essere scissi nemmeno temporaneamente: nessuna rinunzia
dell'una a scapito dell'altra.
Non è un
utopia. E' una necessità e un obbligo morale. I vecchi amici anarchici coi
quali discutiamo sorridono della nostra "scoperta", che è loro antica
convinzione. La guerra ormai incombe. Il malessere, la paura, le ingiustizie
condotte verso popoli fratelli(i greci, i francesi ecc...), il sangue
inutilmente versato da tanti giovani, fanno riflettere ora tanta gente. L'antifascismo
prende quota.
Anche la
nostra propaganda diviene più facile. Si stabiliscono contatti coi vecchi
antifascisti, con gli operai delle Officine S. Giorgio, coi comunisti della SMI
di Campotizzoro. Quasi tutti noi restiamo collegati. Silvano è il più attivo di
tutti e il più sicuro che ormai siamo vicini all'azione. In quell'inizio
studentesco e in questa sua costante coerente continuità è la sua forza. Il 25
luglio per le batoste militari, che ormai terrorizzano anche i suoi seguaci, e
per "decreto reale" cade Mussolini.
L'antifascismo
e gran parte della popolazione sente che comincia a soffiare un vento di
libertà, scende nelle piazze e chiede che non sia caduto soltanto il cav.
Benito Mussolini(come dice l'ipocrita messaggio della monarchia, la casta
militare, il privilegio, lo stato poliziesco; chiediamo che torni la libertà,
che si cacci, uniti agli Alleati, i tedeschi e che si fondi, con libere
elezioni una repubblica democratica.
Silvano in
prima fila - il mattino del 26 luglio - corre dove la sua concreta visione
politica gli suggerisce e cioè al più grosso complesso industriale pistoiese,
le officine S.Giorgio. Si presenta agli operai e li spinge al primo sciopero
della nostra città, "Il paese dovrà essere vostro e di tutti i cittadini"
- grida fra gli applausi - "voi e noi dovremo orientare la futura politica
italiana."
Viene
arrestato dalla polizia badogliana, ancora una volta malgrado la nuova
situazione politica, ma viene liberato poche ore dopo a furor di popolo. Una
folla minacciosa ha circondato la questura, dove è trattenuto, chiedendo a gran
voce la sua liberazione, e non si è allontanata fino a che Silvano non è uscito
sorridente, per ricominciare la sua frenetica attività.
Con il
settembre del '43 la situazione muta ancora e magicamente. L'impossibile
alleanza italo-tedesca viene denunciata, ma non si è predisposta una difesa
alla prevedibile reazione nazista. La monarchia fugge lasciando il paese e il
suo esercito senza ordini precisi. Malgrado qualche breve eroico tentativo di
resistenza, si precipita nelle mani dell'esercito tedesco.
La parte
migliore del paese comincia a organizzarsi per opporsi, con la guerriglia e con
tutti i poveri mezzi messi a disposizione, all'esercito nazista occupante e ai
fascisti risorti assai più feroci di prima. E una impresa che sembra
impossibile e gli italiani che la tentano si chiamano in quel momento con un
bellissimo nome: ribelli. Ribelli all'oppressione, all'ingiustizia, al
militarismo, alla guerra, al privilegio, ribelli armati solo di coraggio e di
ragione.
Il vecchio
gruppo antifascista studentesco rimane insieme solo in un primo momento poi,
pur mantenendo stretti contatti, i vari elementi del gruppo sviluppano la loro
azione in zone diverse, trovano nuovi, numerosi compagni, formano nuovi gruppi
"di resistenza": sono le nascenti formazioni partigiane che nascono
cosi come altrove da altri nuclei comunisti di giustizia e libertà(il partito
d'azione), cattolici ecc...
Silvano
organizza la più importante formazione partigiana pistoiese (il primo nome è
"squadre franche libertarie") adunando intorno a sé contadini,
operai, studenti, ex soldati sbandati. Ha un preciso concetto della guerriglia,
che è alle sue prime esperienze: colpire il nemico, un forte esercito,
organizzato perfettamente, con rapide azioni di sorpresa, sorprenderlo, far
credere a forze più vaste, rendere difficili i suoi movimenti, sfuggendo a
inutili impossibili confronti in campo aperto.
Il 17,il 18,
il 20 ottobre tre azioni consecutive audacissime, vengono condotte alla
Fortezza (un vecchio noto edificio pistoiese in Piazza della Resistenza, allora
Piazza d'Armi) che è presidiata dai paracadutisti. Vengono catturate armi e
munizioni. Tale approvvigionamento da inizio all'attività della
"banda" (come chiameranno i tedeschi) una delle poche, che sarà
conosciuta e temuta da tutti. Un altro attacco alla Fortezza verrà compiuto
molto tempo dopo (il primo giugno del '44) malgrado che intanto il Comando
tedesco abbia messo una taglia (50.000 lire, tante per quei giorni!) a seguito
di uno scontro a fuoco a Valdibrana (vi hanno partecipato Silvano e Artese
Benesperi) nel quale un ufficiale tedesco ha perso la vita. Silvano e altri due
partigiani, dopo aver catturato il corpo di guardia, penetrano nella cinta
della fortezza, sorprendono la guarnigione (ventidue soldati), la disarmano
senza colpo ferire, prelevano viveri, vestiario, armi (30 moschetti, 20
mitragliatori, 2 mitragliatrice), che vengono trasportati in un magazzino
adoperando -in pieno periodo d'occupazione- un camion e un vecchio carro agricolo.
Particolare curioso: la compagnia catturata, inquadrata esce agli ordini di
Silvano e incontra una compagnia tedesca sul viale dell'Arcadia: i prigionieri
non fiatano, i tedeschi si limitano a salutare i presunti alleati, guidati dai
partigiani. Cominciava ad albeggiare - riferirà la relazione - quando si lasciò
la Fortezza con tutti i locali dati alle fiamme, che bruciarono poi per l'intera
giornata. Alcuni dei soldati italiani della guarnigione diserteranno per unirsi
alle formazioni partigiane.
Una delle
ultime rocambolesche azioni: le carceri di Pistoia dalla città (S. Caterina in
Brana) erano state trasferite, per evitare i bombardamenti aerei, nella vicina
campagna e precisamente in un edificio del vecchio Ospedale psichiatrico delle
ville Sbertoli, a Collegigliato. Silvano, e i suoi compagni, sanno che la
maggioranza dei detenuti sono politici, Due di loro appartenevano alla mia
formazione e erano caduti in un'imboscata, a Iano sulla montagna, preparata da
fascisti travestiti da partigiani.
In piena
occupazione nazista viene compiuta un'azione che appare incredibile. Silvano
riesce a convincere (denaro, viveri, promessa di impunità) un giovane
fascista (tale Licio Gelli, noto anche alla guarnigione delle carceri come ufficiale di
collegamento fra truppe fasciste e truppe tedesche) a unirsi a lui: gli serve
per uno stratagemma che ha ideato. Alle dieci del 26 giugno una macchina
militare guidata dall'ufficiale fascista con Enzo Capecchi, luogotenente di
Silvano, a bordo si presenta alle carceri. Enzo (senza documenti che lo possano
comprovare) si presenta al corpo di guardia come ufficiale della polizia
fascista e annunzia la consegna nel pomeriggio di partigiani catturati,
compresi due capi famigerati. Chiede ed ottiene di effettuare una ispezione nei
locali del carcere e in tal modo si rende conto della loro ubicazione. Esce
senza aver fatto sorgere alcun sospetto.
Ritorna alle
due del pomeriggio con altri quattro armati conducendo i due attesi noti capi
partigiani ammanettati: sono Silvano e Artese. Enzo ordina che tutta la
forza (anche quella dell'esterno) sia radunata nel cortile per effettuare la
consegna dei due banditi. Sulla guarnigione schierata vengono puntate le armi
mentre i due presunti prigionieri si liberano delle manette e insieme agli
altri immobilizzano le guardie che vengono chiuse nelle celle. I prigionieri
(54 detenuti per lo più politici, comprese tre donne e due ebrei arrestati per
motivi razziali) vengono liberati e fuggono nella campagna vicina.
I capi della formazione, Silvano stesso, hanno saputo che alcune voci,
diffamatorie nei loro riguardi, circolano fra i contadini della pianura. La
banda avrebbe compiuto dei prelevamenti ingiustificati, delle razzie in alcuni
case: soldi, vestiario, viveri (allora scarsissimi, siamo alla fame per
tanti). Evidentemente si tratta di altri, di ladri che approfittano,
spacciandosi per seguaci della formazione di Silvano, per compiere queste
azioni ingiuste. Silvano non pone tempo di mezzo, riesce a individuare i
responsabili, a raggiungerli e invece di giustiziarli (come si faceva abbastanza
facilmente in quei momenti) vuole compiere un'azione dimostrativa: li obbliga a
riconsegnare quanto hanno rubato ai contadini è una grave imprudenza:
accettano. Sono precisati i termini della consegna. Un gruppo della formazione
guidato da Silvano stesso li incontrerà a Montechiaro, vicino a casa Gabellino,
con i ladri, che arriveranno con un carro agricolo carico di refurtiva nel
pomeriggio del 29 luglio.
E’ un
caldissimo giorno d'estate, la campagna sembra vuota e immobile: Silvano e i
suoi, le giacche che coprono le armi che ormai portano sempre con sé, in
bicicletta, accaldati, si ritrovano poco dopo il piccolo ponte detto di Cencino
e si dirigono sulla strada che va verso Vinacciano. Silvano non è tranquillo,
divide il gruppo composto di nove uomini: tre rimangono, prima del luogo
d'incontro, su una collinetta coperta di pini di fronte al castelletto di
Montechiaro, gli altri proseguono fino a casa Gabellino; lì rimangono in tre,
Silvano compreso, sulla curva che forma la piccola strada bianca di polvere ,
al di sotto di un gruppo di robinie e di sterpi, subito dopo un campo di ulivi,
vicino a una vecchia croce. Gli altri tre proseguono e si piazzano in un
boschetto di pini che sovrasta la zona a qualche centinai di metri.
Silvano e
gli altri due (Giuseppe Giulietti, Marcello Capecchi) appoggiano le biciclette,
si seggono sul ciglio di un campo che prospetta a trecento metri silenziosa
(sono le due di un pomeriggio di luglio) una casa colonica. Improvvisamente dal
gruppo delle robinie sopra le loro teste, un rumore di sterpi, qualche urlo
rauco, la sparatoria assordante. Sono comparse le figure nere della morte che
sanno bene contro chi sparano. I tre giovani riescono a estrarre le pistole ma
sono subito colpiti. Marcello colpisce un tedesco ma viene ferito a sua volta a
un braccio: riuscirà a sfuggire alla cattura correndo, sanguinante, fra le
piante, perché i tedeschi non scendono ancora sulla strada sorpresi della
reazione. Lo faranno pochi minuti dopo mentre Silvano e Giuseppe, gravemente
feriti, tentano di trascinarsi verso la casa: li raggiungono, li finiscono a
colpi di mitra.
C'è di nuovo
silenzio per pochi attimi. Poi la montagna comincia a partorire tedeschi e
tedeschi. Si parla di cinquecento uomini. Cattureranno anche Brunello Bigini
che verrà fucilato dopo due giorni. Inizia un grande rastrellamento che
proseguirà tutta la notte: la campagna e le case vicine vengono setacciate, gli
uomini giovani e vecchi portati via; la palestra sportiva di Piazza Mazzini
sarà ben presto piena di prigionieri. Buona parte di loro finirà avviata in
Germania. Di notte, in segreto, alcune mani pietose di donna seppelliranno nel
campo i due giovani corpi rossi di sangue.
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La medaglia al valore alla memoria |